Il vescovo Foligno monsignor Gualtiero Sigismondi presiede la messa nel Santuario della Spogliazione

Il vescovo Foligno monsignor Gualtiero Sigismondi presiede la messa nel Santuario della Spogliazione

“DOBBIAMO VIVERE LO SPORT COME UN MODO PER ESPRIME BELLEZZA”

Lo ha detto don Gionatan De Marco; toccante testimonianza dell’ex calciatore Furiani

ASSISI – “San Francesco, icona del vero cristiano, si distingue come uomo interamente riferito a Dio e perfettamente libero per Lui”. Lo ha detto il vescovo della diocesi di Foligno, monsignor Gualtiero Sigismondi durante la celebrazione eucaristica di martedì 15 maggio al Santuario della Spogliazione il quale durante l’omelia ha anche spiegato i gesti di Francesco. “La Spogliazione di Francesco – ha detto monsignor Sigismondi – è avvenuta per così dire in tre atti. Di fronte alla cattedrale di San Feliciano in Foligno egli ha venduto tutto quello che distoglieva i suoi occhi dal Signore; davanti a Guido I, vescovo di Assisi, rinunciando a tutto ciò che appesantiva il suo cuore; dinanzi al cardinale Ugolino ha deposto tutto trasmettendo la guida dell’Ordine prima a fratel Pietro Cattani e poi a Elia da Cortona. Con questa definitiva spogliazione – ha aggiunto – Francesco ha attivato l’obbedienza nella sua forma più pura, l’obbedienza nuda, l’essere una cosa sola con il crocifisso. La spogliazione di Francesco – ha precisato – è avvenuta in tre atti: ha lasciato le cose, ha lasciato gli affetti più cari, ha lasciato se stesso con la guida dell’Ordine, persino i pesci che il Signore gli aveva fatto pescare. Fino a quando non si arriva a questo terzo atto: lasciare le cose e gli effetti non è ancora un lascito al sicuro perché con il passare del tempo si potrebbero chiedere persino gli interessi di quello che si presume di aver lasciato, se non si è lasciato se stessi. San Francesco si è spogliato di tutto persino di se stesso, sia testimoniando che la povertà vissuta sine glossa è condizione di libertà, sia manifestando che la libertà è l’altro nome della povertà. Il rinnegamento di se operato senza limiti di disponibilità è paragonabile al lavoro dello scultore che toglie il marmo che copre la statua perché essa possa venire alla luce”. Dopo la santa messa è seguito un intenso momento vissuto con i giovani che ha visto l’intervento di don Gionatan De Marco, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport che ha visto la partecipazione di Filippo Furiani, già calciatore di serie B, ora cooperatore sociale. Don Gionatan ha sottolineato, tra le altre cose, che lo sport e il gioco non possono vivere separati. “Se non impariamo a vivere lo sport come il luogo in cui ciascuno di noi esprime bellezza – ha precisato don Gionatan – , lo sport diventa una prigione dove ci siamo noi e i risultati che dobbiamo fare”. Al termine dell’incontro l’animatrice del Progetto Policoro diocesano, Selene Degli Esposti ha presentato i risultati del questionario sottoposto ai ragazzi sul tema “Giovai e sport”. Toccante la testimonianza di Filippo Furiani, già calciatore di serie B, ora cooperatore sociale. “Stavo trattando il mio ultimo contratto, perché dopo i 30 anni arrivano anche gli acciacchi. Tornando da un viaggio, per caso ho incontrato un frate minore che mi ha detto:
‘Ricordati sempre che il calciatore passa e l’uomo resta’. Da allora è cominciato un percorso per me. Questa frase mi colpì molto e anche con l’aiuto di mia moglie ho maturato e fatto una scelta.
Così ho avuto la possibilità di trovare un lavoro che mi rendesse felice, non più la vittoria della partita, ma il luogo dove riesco a “spogliarmi”.  Ora è nello stare in mezzo ai giovani mentre aiuto chi ha bisogno. Ho trovato una vita piena, dando sempre una mano allo sport, e al calcio in particolare, facendo l’allenatore a bambini e ragazzi”.